Ricordi*

Tiglio
No, Chadia, questa parola, tiglio, non deve farti pensare alle tisane che si bevono la sera, un po’ giallognole e dal gusto dolciastro. Né devi immaginarti uno di quegli alberi presenti in abbondanza lungo certi viali o nelle piazze delle nostre città, allineati, potati, sorvegliati, insomma così docili e graziosi.
L’albero di cui voglio parlarti è un esemplare eccezionale, che farebbe piuttosto pensare a uno di quegli individui, uomini o donne, che si presentano talvolta nei nostri consorzi umani, che ti chiedi da dove saltino fuori e come diavolo siano arrivati fino a qui, e che avresti voglia di prendere a pizzicotti per assicurarti che reagiscano come le altre persone e che non siano dei miraggi.
Ecco com’era quest’albero, questo tiglio, molto alto, molto solo – davvero l’unico della sua specie – che si trovava nel mio villaggio natale.
Purtroppo devo usare l’imperfetto.
Sei anni fa, una tempesta l’ha fatto fuori una notte di febbraio. Mio fratello Jean-Daniel è l’unico a ricordare i dettagli. Falegname-ebanista di professione, è stato lui a scoprirlo tutto fracassato di primo mattino e a doverne rimuovere la gigantesca salma.
Dopo quanti secoli il nostro tiglio ha tirato le cuoia? Dopo quante tempeste invernali molto più violente di quella che per finire lo ha messo al tappeto? Nessuno può dirlo. Né perché avesse scelto di radicarsi da noi, a un’altitudine insolita per questa specie che preferisce la pianura. E poi, come aveva fatto a prosperare tanto da diventare un gigante? Gli alberi sono un mistero. Certi, come il tiglio, si rinnovano dall’interno, bevendo alla propria fonte di giovinezza. A quanto pare, però, anche loro a un certo punto ne hanno abbastanza. Così abbassano la guardia.
Il nostro tiglio era un gigante sobrio. Si vedeva che viveva al risparmio, non come gli esemplari floridi-paffuti delle città; no, lui non aveva smesso di crescere in altezza, senza mai mettere su un grammo di troppo in larghezza. La terra da cui aveva attinto doveva avergli dato a sufficienza, ma non in modo sovrabbondante, spropositato, non come nei nostri supermercati, con le migliaia di tipologie di yogurt, di fette biscottate, di bottigliette in pet inutili e devastatrici. Questo tiglio era l’identità del nostro paese. Il suo tratto assolutamente distintivo, e quindi costitutivo. Al punto che non ci facevamo più troppo caso. Lui c’era, c’era sempre stato, tutto qui.
Non oso immaginare i colpi che ha preso quella notte di febbraio.
Si sarà difeso, almeno?
Ora che non c’è più, i miei occhi lo rimettono dov’era. Ogni volta che torno in paese, è la prima cosa che faccio, sistemare il nostro tiglio dove è sempre stato. Con i rami spogli in inverno e ricolmi nella bella stagione. Non è un’operazione difficile con un albero che hai guardato ogni giorno per tutta la tua infanzia.
Con un essere umano è molto più complicato.
Catherine Lovey.
Memoria
Mentre parli del tiglio enorme e di ciò che rappresentava nella tua memoria in termini di profondità temporale e spaziale, ho compreso con stupore e molta gioia un’idea semplice e al tempo stesso profonda. Che noi esseri umani siamo tutti simili; nonostante la distanza geografica e le differenze culturali, siamo governati dai nostri geni umani, in quanto siamo le uniche creature sulla faccia della Terra ad avere il privilegio di una memoria sviluppata.
Forse è un processo faticoso come salire in cima a una collina, durante il quale l’immaginazione compie lo stesso sforzo. E per questo motivo è un processo creativo continuo. Una costante complicità di movimento fra l’immaginazione e la memoria. Quel che accade è che la memoria a volte può essere ingannevole, più selettiva e incline alle cose o ai luoghi a cui teniamo, in altre parole è pregna di tutta la parzialità che c’è nell’immaginazione.
Mi chiedo, Catherine, che cosa potremmo diventare senza memoria.
Che cosa potremmo diventare se ci concedessimo un presente fluido e una memoria chiusa. Se le storie del passato, con i relativi piaceri, desideri e sofferenze, non ci tenessero sveglie, se volti, luoghi e odori non riecheggiassero, dolci e tumultuosi, nella nostra testa, che cosa succederebbe se non ci addentrassimo in quei luoghi nascosti dentro di noi, che quando vengono inondati di luce passano da uno stato di quiete a uno stato di movimento? Così l’immaginazione ci riporta con forza a quel che abbiamo vissuto un tempo.
Non è forse il potere della memoria quello che, ogni volta che tornavi al paese, riportava l’enorme tiglio fisso al solito posto, come era sempre stato, alto, verde, robusto, anche se tu eri sicura che il temporale l’avesse abbattuto e distrutto!
Esagero forse se dico che l’uomo è la sua memoria? Che la memoria è l’essenza della sua esistenza?
E tutto sarebbe imperfetto e incompleto senza memoria!
Il tuo racconto sul tiglio mi ha toccato profondamente.
Ho trascorso la mia infanzia in una piccola città vicino al mare, nel centro del mio Paese, attraversata dal fiume Oronte che proviene dal Libano e prosegue il suo corso fino a entrare in territorio turco per poi sfociare nel Mar Mediterraneo. L’Oronte si distingue per una caratteristica unica: il flusso contrario delle sue acque che, diversamente dagli altri fiumi della regione, scorrono da sud a nord. In realtà non volevo parlare di questo, della geografia del fiume, ma del fatto che per la nostra città è stato un dono del cielo: si ramifica in piccoli corsi d’acqua e si fa strada negli orti, nei campi e nei paesi vicini, donando raccolti, latte e vita. La vista dei salici che ondeggiano e pendono sulle sue acque è ancora incantevole nella mia memoria. Era a pochi passi da casa nostra, ma quel bellissimo fiume, in realtà, era tumultuoso, astuto e insidioso, e si è preso il figlio di mia sorella. È annegato mentre giocava con degli amici sulla riva, non è riuscito a salvarsi perché non c’era una recinzione a proteggerlo. Questo incidente ha colpito la nostra famiglia, ne ha spezzato a lungo lo spirito. Ci siamo allontanati dal fiume, ai nostri occhi ha perso il suo fascino, e il fruscio dei rami del salice ha perso la sua musica e la sua tristezza, non era più bello, non era più un bel ricordo per me.
Ti racconto anche di un’altra immagine che ha colpito profondamente la mia memoria…
Io credo a Gaston Bachelard, Catherine, e al suo libro meraviglioso La poetica dello spazio in cui spiega le ragioni profonde che ci legano al primo luogo, alla prima casa, che è il simbolo dell’intimità protetta. Da quando ho aperto gli occhi alla vita, l’albero di acacia, ricurvo davanti a casa nostra, riempiva il quartiere e tutti gli abitanti della città di ombra, profumo, verde e una bella forma, e io lo vedevo, come tutti, diverso dagli altri alberi, una femmina nella sua essenza, nella sua presenza, nella sua generosità illimitata e nell’aprire i suoi germogli in fiori di un bianco candido. Non esagero dicendo che era un vero luogo dell’anima, che ha dato alla nostra città la sua identità e il suo indirizzo. Non so da quanto sia lì, ma so che è nella nostra vita da sempre, con il freddo, la pioggia, il caldo e il vento; riesco quasi a sentirne il profumo insieme a quello del gelsomino rampicante che pende dalle recinzioni delle case, mentre beviamo il caffè del mattino nel cortile intorno alla vasca e alla fontana, e questo mi fa quasi sentire il ritmo delle nostre giornate, Catherine, mi fa quasi vedere mia madre seduta sulla sua poltrona preferita davanti alla finestra affacciata sulle stradine che si diramano tra le case del quartiere e portano alla piazza principale della città, che ha visto molti avvenimenti e storie e ha abbracciato speranze e sogni di numerose generazioni.
La memoria richiama molte immagini lontane, alcune possono sembrare meno importanti o influenti, ma quel che rievoca è sempre selettivo e incline a ciò che amiamo e desideriamo, altrimenti perché davanti a me si schierano barattoli di sottaceti e deliziose rape rosse, allineati con cura sui tetti delle case basse, mentre maturano lentamente sotto il timido sole dei primi freddi perché si ottenga una scorta che duri per tutto l’inverno?
Mentre contemplo queste immagini oggi, cara Catherine, mi sento per un momento come se stessi contemplando il corso stesso del tempo, il tempo che passa, che ci spinge da una vita all’altra. Ed eccomi qua, ora, mi trovo dall’altra parte del mondo a osservare il gioco del tempo che mi ha condotto in questo posto e chiudo gli occhi su una scena che si piega a una promessa che forse non si realizzerà, perché casa è ancora lontana.
Chadia Atassi.
Tedesco
La nostra insegnante si chiamava Francine, eravamo ancora così piccoli, sei o sette anni nei miei ricordi, dicevamo maestra! per attirare la sua attenzione. Nella stessa minuscola aula erano riunite tre classi. Gli allievi di prima elementare frequentavano quindi quelli di seconda e terza, tutto il giorno nella stessa stanza. Quanto alla «maestra», doveva gestire tutte quelle età e quei livelli e insegnare tutte le materie!
A quei tempi, per noi che parlavamo il francese, si trattava di imparare una cosa che si chiamava... il tedesco. Il giorno in cui la maestra ce lo annunciò, presi coscienza che esisteva una lingua diversa dalla mia. Ah sì? Una lingua del nostro paese, per giunta, che si diceva fosse parlata dalla maggioranza degli abitanti. Onestamente feci molta fatica a crederci.
Ed ecco che subito Francine ci aveva fatto scegliere, da un elenco di nomi tedeschi fra cui Otto, Franz, Viktor, Hans, Heidi, Liselotte, Angelika, Renata, quello che più ci piaceva. In modo da farci diventare altre persone, altri bambini durante le lezioni dedicate all’apprendimento della lingua.
Così, la primissima frase che ho detto è stata Ich heisse Anna.
Mi chiamo Anna.
Tre paroline da niente che mi hanno trascinata e catapultata in un mondo davvero inaspettato, rivelandosi più potenti di una chiave infilata in una serratura.
Catherine Lovey.
Festa
Il mese del digiuno – Ramadan – è finito da pochi giorni.
È un mese che a te, cara Catherine, e in apparenza a tutti, può sembrare difficile e faticoso, contrariamente ai soliti mesi, perché rimanere senza cibo né acqua dall’alba al tramonto non è facile, specialmente per i diversi orari che lo contraddistinguono e perché altera i soliti ritmi ed è strettamente legato al ciclo della natura. Qui in Svizzera, Catherine, ho incontrato spesso giornate difficili, il sole non tramontava prima delle dieci e mezza e, dall’alba, era un lasso di tempo lungo ed estenuante, soprattutto perché in casa ero l’unica a digiunare – mio marito e i miei figli non osservano questo precetto per svariati motivi, perché, fra l’altro, hanno una visione differente delle pratiche religiose. La faccenda è più semplice d’inverno, quando le giornate sono corte e il sole tramonta presto. In ogni caso, ho sempre osservato il digiuno, per svariati motivi, uno di questi può essere l’abitudine, o il timore profondo che quel filo sottile che mi lega a Dio svanisca.
Potresti pensare, cara Catherine, che il mese del digiuno sia un mese difficile, noioso e faticoso, ma ti sorprenderesti se ti dicessi che invece è un mese tranquillo, intimo e famigliare.
Il paradosso, e quel che accade realmente, è che è un mese pieno di attività sociali, la tavola è imbandita di cibi deliziosi, gli inviti reciproci tra parenti e amici si susseguono tutto il tempo, c’è sempre almeno una sedia in più per un ospite che potrebbe presentarsi all’ultimo minuto, si sente bussare alla porta perché arrivano i deliziosi piatti dei vicini, le chiacchiere serali durante il Ramadan possono continuare fino a notte fonda, o persino fino al suhur. È l’ultimo pasto consumato da chi digiuna prima che spunti l’alba, cioè prima che sorga il sole.
E il pasto del suhur, Catherine, aveva un’altra importanza…
Quando ricordo quei giorni lontani, il mio cuore freme di nostalgia, ricordo il musaharati, un uomo che gira per i vicoli e le strade suonando il tamburo. Invita chi digiuna a svegliarsi per mangiare e grida: «O, voi che digiunate, solo uno è l’Eterno». Ricordo la sua voce cavernosa nel cuore della notte, mi sembrava una cosa magica, emozionante, e ancora oggi suscita in me un sentimento celato di commozione e nostalgia per la vecchia casa e il vento che soffiava fuori mentre dentro tutto era caldo e accogliente. Lo vedevo con il suo tamburo magico, un demone leggendario che usciva nelle fredde notti di Ramadan invitando a mangiare e bere in fretta prima che si distinguesse il filo bianco dal filo nero, cioè prima che sorgesse la luce dell’alba, e io mi affrettavo impaurita a divorare il cibo temendo la fame di una lunga giornata.
Negli ultimi giorni del mese, comincia il rituale dell’addio. Vengono decorate le strade e i mercati, che rimangono aperti fino al mattino perché tutti escono a fare spese e a comprare vestiti. Il mese del digiuno è finito e iniziano i festeggiamenti che durano tre giorni.
I festeggiamenti cominciano all’alba, con la visita al cimitero…
Partiamo alle prime luci, prima che sorga il sole, e spesso ci vestiamo di nero e portiamo rose e rami verdi, mentre da ogni dove si levano simultaneamente i takbir dei minareti, suscitando nell’anima sentimenti profondi.
La visita al cimitero, nonostante il timore della morte, non è sempre un rito doloroso; a prescindere dalla sofferenza di chi ha perso qualcuno di caro, si tratta di un rito sociale in cui le famiglie si scambiano visite e si porgono le condoglianze, e non manca mai, tra le lacrime, qualche sguardo curioso rivolto alle ragazze che, improvvisamente cresciute hanno raggiunto l’età del matrimonio. Spesso al termine dei festeggiamenti si celebrano fidanzamenti e matrimoni, e non ti nascondo che nascono molte storie d’amore: basta un momento di distrazione e la polvere della morte vola via, i ragazzi e le ragazze si rubano sguardi appassionati tra le lapidi e l’effervescenza della vita prevale sulla desolazione del luogo.
Potrebbe sembrarti ambiguo e strano, e forse filosofico, cara Catherine. Questo miscuglio di vita, morte, amore, tristezza e gioia può suscitare molte domande esistenziali.
La vita è un passaggio verso l’altra dimora eterna?
A volte ho la sensazione che viviamo la vita come se fossimo sempre sul punto di andarcene e come se la morte fosse un visitatore famigliare e onnipresente tra noi; forse è un argomento difficile, complesso e oscuro, legato al significato della fede e dell’aldilà. Spesso mi sono chiesta se alcuni religiosi dal pensiero ristretto non abbiano contribuito a diffondere la cultura della morte e a manipolarci solo per farci credere che giustizia, verità, felicità e pace esistano solo in cielo e non in terra – e solo per le pecore ubbidienti –, sebbene nonostante ci sia un hadith che dice: «Comportati sulla terra come se dovessi vivere per sempre».
Va bene, mettiamo da parte questa discussione spinosa, lasciamo che la polvere della morte voli lontano e usciamo dal cimitero.
I festeggiamenti sono cominciati.
Chadia Atassi.